Sabato mattina, aspettando il treno per Vinitaly ho comprato l'Espresso, incuriosita dal titolo: “Velenitaly”. Mega scoop che mette a nudo una serie di falsificazioni, dal vino, al pane, all'olio del nostro Bel Paese. Leggo il titolone e penso: ma quali cinesi, siamo noi i primi taroccatori dei nostri prodotti!!!
Poi passo agli articoli.
Il primo riguarda un'operazione di due procure della Repubblica, che hanno scoperto che in "70 milioni di litri messi in vendita nei negozi e nei supermercati come vino a basso costo anche dei marchi più pubblicizzati del settore” ci potrebbero essere concimi, sostanze cancerogene, persino acido muriatico.
Venti aziende coinvolte, una in provincia di Brescia.
Ma quali aziende, chi??
C'è riserbo, le indagini sono ancora in corso. Di certo solo una cantina di Veronella, già coinvolta nello scandalo del metanolo dell'86 (eh, come???? possibile che questo facesse ancora vino???).
Ma anche altre. Quali? Non si può dire.
Sequestri? Sì, ma, “è impossibile rintracciare tutte le bottiglie”.
Inquietante.
Giriamo pagina. “Nel Brunello c'è il tranello” - bel titolo davvero. Sembra che alcune aziende abbiano spacciato Cabernet per Sangiovese. Ooooh...
Montepulciano per Chianti. Aaaah...
E giù nomi.
La tale e la tal'altra grande azienda, fino al 20% di Cabernet e Syrah ad ammorbidire il Brunello per conquistare il mercato americano. Vanno puniti: “chi ha sbagliato la pagherà cara”.
Sono sgomenta. E arrabbiata.
Non riesco a capire perché dev'essere tutelata la privacy di delinquenti che mettono acido cloridrico nel vino, mentre ci si straccia le vesti per un po' di cabernet nel Brunello, con tanto di nomi e cognomi e marchi.
Certo, ci hanno fregato soldi, o meglio “vi” hanno fregato – perché non ho mai comprato un Brunello in vita mia.
Ve li farete restituire, e magari imparate la lezione, non comprare più un vino solo perché ha "il nome"... però... in fondo, nessun danno alla salute, niente di così grave. Eppure...
Pare che in Italia si tuteli di più il portafoglio che la pelle dei cittadini.
Sembra quasi che chi compra il vino da un euro se lo meriti, di trovarci le polverine invece dell'uva.
E che quel vino sia ancora lì, sugli scaffali, è un dubbio che tormenta.
Per questo chiedo alle Associazioni dei Consumatori di intervenire, di far sputare i nomi di chi avvelena le persone. Di inaugurare una nuova “class action”, nel nome di tutti coloro che si sono bevuti e forse stanno ancora bevendo sostanze “che non uccidono subito, ma lo fanno progressivamente, in modo subdolo”.
Ma intanto che fare? Come essere sicuri di non essere in pericolo?
Io la mia soluzione ce l'avrei.
Per prima cosa non credo che si possa fare vino sotto un certo prezzo – personalmente il limite lo quantifico sui cinque euro.
E non credo che un prezzo altissimo sia sinonimo di enorme qualità. Oltre una certa soglia è immagine, pubblicità, autocompiacimento. La mia soglia massima è trenta-trentacinque euro.
Ma il miglior modo di scegliere non è il nome, né il prezzo, né la guida.
E' guardare in faccia chi fa il vino che bevo. Fa. Non "produce".
E giro, incontro, chiedo, ascolto.
Cerco la passione negli occhi, il lavoro nelle mani, l'uva nel cuore.